Entrai nella steakhouse del centro pensando di sedermi in silenzio, brindare alla promozione di mio figlio e tornare a casa prima che la serata diventasse troppo rumorosa nel mio petto. Ma il tavolo era apparecchiato con tovaglie bianche e cristalli, il pianista suonava un jazz leggero e c’erano solo tre sedie: due già occupate da un’apparente comodità, e una mancante di proposito, come un messaggio che nessuno si è preso la briga di incartare.
Mi fermai davanti al tavolo imbandito e mi resi conto che non c’era una sola sedia per me. “Vai a…